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Lavoro interno, lavoro esterno

TAIJI E PERCEZIONE CORPOREA
LAVORO INTERNO
LAVORO ESTERNO

Nel variegato mondo delle arti marziali e salutistiche si parla spesso di interno ed esterno.
Vi è un gran discutere intorno a questi due metodi di lavoro che spesso si confondono e compenetrano.
Nella mia esperienza di studio e insegnamento, sono giunto a considerazioni che vorrei sintetizzare.
La speranza è di dare un piccolo e sincero contributo, per dipanare questa diatriba che spesso divide più che unire coloro che hanno intrapreso una via di ricerca e di pratica, interna o esterna che sia!

INTERNO/ESTERNO necessita di un secondo binomio: DURO/MORBIDO
Questi quattro elementi possono essere combinati fra loro:

INTERNO – DURO
INTERNO – MORBIDO
ESTERNO – DURO
ESTERNO – MORBIDO


Esistono scuole esterne che prediligono il lavoro duro e altre quello morbido, così come scuole interne che utilizzano sia il duro che il morbido.
Definiamo ora sommariamente i quattro termini:

INTERNO:
per costruire la struttura del praticante ci si basa maggiormente su tecniche  energetiche come lo zhan zhuang che è considerato uno degli esercizi fondamentali

ESTERNO:
si costruisce la struttura del praticante basandosi maggiormente su esercizi fisici e di muscolazione

DURO:
oppone forza alla forza, con grande uso della contrazione muscolare anche di tipo esplosiva (Fa Jing o Kimé)

MORBIDO:
utilizza la cedevolezza contro la forza, spesso simula elementi naturali come l’acqua. Anche tale modalità può fare uso del Fa Jing o Kimé

Non ci si deve fare ingannare dalle movenze esibite da uno stile
Dietro l’apparente durezza si può celare l’uso dell’energia interna, così come dietro morbide movenze può essere utilizzata, con maestria e suprema raffinatezza, la propria struttura fisica senza coinvolgere minimamente quella energetica.
Quale è la discriminante in grado di stabilire un preciso confine fra interno e esterno?
Visto che non hanno ancora inventato uno strumento in grado di misurare quanta contrazione muscolare o quanta emissione energetica vi sia in un gesto, l’unico aiuto ci arrivare dall’efficacia che quel dato gesto esprime.
A tal punto è però necessario far riferimento a due macro categorie di scuole: quelle marziali e quelle salutistiche (l’una non esclude l’altra, anzi possono coesistere).
Se vogliamo speculare sull’argomento, possiamo ancora aggiungere che coloro i quali preferiscono l’aspetto marziale, sono poco interessati a quello salutistico e viceversa.
Detto ciò, se affermo di praticare un metodo interno duro o morbido, dai miei gesti deve trasparire un’efficacia in grado di esplodere tecniche devastanti come e più di quelle prodotte da metodi esterni duri o morbidi.
Nella marzialità coloro che utilizzano veramente la forza Interna del Qi, dovrebbero essere in grado di prolungare nel tempo la loro efficacia, andando ben oltre la soglia d’età che determina un naturale decadimento fisico.
Se ci riferiamo invece all’aspetto salutistico, in questo caso l’elasticità la prestanza, la salute del praticante saranno la diretta testimonianza della sua pratica.

Quello che ritengo fondamentale non è stabilire col bilancino da orafo se una pratica è più o meno esterna o interna.
Ho conosciuto anziani praticanti di stili esterni, vivere vite piene e giungere a colmare la misura di molti decenni con corpi forti e tonici.
Praticanti esterni che giunti alla soglia del mezzo secolo avevano fisici devastati dai danni prodotti da allenamenti insensati.
Ma non posso neppure scordare praticanti che dopo centinaia di ore di meditazione erano ancora schiavi dell’ira, o altri che avevano il corpo indebolito e curvo.
Interno, esterno, duro, morbido!
La vera pratica è quella del Cuore! Poi lo strumento utilizzato risulta essere sempre il più idoneo per condurci alla conoscenze esperienziale che è l’unico alimento dello spirito!
Buona pratica a tutti. (Vincenzo Marletta)


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